Sketches of Spain – Miles Davis

Quando un artista attraversa i confini del proprio linguaggio musicale può nascere qualcosa di sorprendente. È quello che accade quando il jazz di Miles Davis incontra una delle pagine più intense della musica spagnola: l’Adagio del Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo.

Ci sono incontri nella storia della musica che sembrano quasi inevitabili, anche quando avvengono tra mondi lontani.

All’inizio degli anni Sessanta Miles Davis lavora con l’arrangiatore Gil Evans a un progetto dedicato alle sonorità della Spagna. Nasce così Sketches of Spain, un disco che non è soltanto jazz, ma una sorta di viaggio musicale dentro un immaginario fatto di colori, paesaggi e suggestioni iberiche.

Ad aprire l’album è proprio l’Adagio del Concierto de Aranjuez, una delle pagine più celebri del repertorio classico del Novecento.

Il respiro malinconico di Aranjuez

Il Concierto de Aranjuez viene composto nel 1939. Rodrigo immagina i giardini del palazzo reale di Aranjuez: viali alberati, fontane, luce che filtra tra le foglie.

Nel secondo movimento, l’Adagio, la chitarra introduce un tema di straordinaria intensità emotiva. La melodia si sviluppa lentamente, come se respirasse. È un canto ampio, sospeso, attraversato da una malinconia profonda.

Non si tratta di flamenco nel senso stretto del termine, ma in queste note si percepisce qualcosa che appartiene profondamente alla sensibilità musicale spagnola. C’è quella tensione emotiva che ricorda il cante jondo: un modo di esprimere il sentimento che non ha bisogno di virtuosismi, ma vive nella profondità del suono.

Un dolore trasformato in musica

Quando Joaquín Rodrigo compose il Concierto de Aranjuez  stava vivendo uno dei momenti più difficili della sua vita.

Poco tempo prima, lui e sua moglie Victoria Kamhi avevano perso il loro primo figlio appena nato. Fu un dolore enorme, che segnò profondamente entrambi. Rodrigo non ne parlava spesso, ma molti anni dopo la stessa Victoria raccontò che proprio l’Adagio era nato in quel periodo di lutto.

Quel tema così intenso, quasi un lamento che si alza lentamente dalla chitarra e dialoga con l’orchestra, porta dentro di sé qualcosa di profondamente umano: non solo la nostalgia dei giardini di Aranjuez, ma anche un dolore privato trasformato in musica.

Forse è anche per questo che quella melodia continua a toccare chi la ascolta, anche quando attraversa linguaggi diversi, come accade nella versione di Miles Davis in Sketches of Spain.

Perché alcune musiche riescono a custodire emozioni che vanno oltre il tempo, gli stili e le culture.

Quando la tromba prende la parola

Quando Miles Davis decide di reinterpretare questo brano, la trasformazione è radicale.

La chitarra scompare e il tema passa alla tromba. Il suono diventa fragile, quasi vulnerabile. Davis non cerca l’effetto spettacolare: lascia spazio al silenzio, all’aria tra una frase e l’altra.

L’orchestra costruita da Gil Evans accompagna la tromba con un tessuto sonoro ricco di colori e tensioni. Non è più il concerto classico di Rodrigo, ma non è neppure jazz nel senso tradizionale.

È qualcosa che sta nel mezzo: un territorio musicale nuovo, nato dall’incontro tra linguaggi diversi.

La contaminazione come destino dell’arte

Questo episodio racconta molto bene cosa succede quando un artista si lascia affascinare da una tradizione che non è la propria.

Miles Davis non prova a imitare la musica spagnola e non cerca di ricostruire artificialmente il flamenco. Piuttosto ascolta quella musica, la attraversa e la restituisce attraverso il proprio linguaggio.

È un processo che nel flamenco conosciamo bene. Negli ultimi decenni molti artisti hanno aperto il loro lavoro verso altri universi musicali: il jazz, la musica classica, la musica contemporanea. E lo stesso accade nella danza, dove il flamenco dialoga sempre più spesso con altri linguaggi coreografici.

La contaminazione, in fondo, non è una deviazione dalla tradizione. È una delle forme attraverso cui l’arte continua a vivere.

L’altro lato della storia: quando Rodrigo non la prese bene

Mentre Sketches of Spain (l’album di Miles Davis e Gil Evans) è oggi celebrato come un capolavoro di contaminazione, all’epoca non fu affatto una passeggiata per il suo autore originale, Joaquín Rodrigo.

Quando il brano venne pubblicato nel 1960, Rodrigo non era stato neppure consultato prima che la sua musica venisse trasformata e incisa su un disco jazz/“esotico”, e lo scoprì dopo l’uscita del disco, non perché fosse stato invitato o coinvolto, ma perché alcuni amici gli portarono una copia da ascoltare a casa.

E qui arriva la parte che quasi nessuno racconta con sincerità: inizialmente il compositore non la prese bene. Vedeva quella operazione come una specie di appropriazione non richiesta del suo lavoro, tanto che, secondo testimonianze storiche, lui e sua moglie reagirono con irritazione e tentarono addirittura di fermare la diffusione della versione jazz e delle altre reinterpretazioni che iniziavano a spuntare sul mercato.

La moglie di Rodrigo, Victoria, arrivò a definire quella registrazione di Miles come quasi un “atto di pirateria” nelle sue memorie, per dire quanto quel disco fosse stato al di fuori delle aspettative del compositore.

Eppure, come spesso accade nella storia delle arti, le cose cambiarono col tempo. Dopo un primo momento di contrasto Rodrigo si rese conto che quella versione — e tutte le altre reinterpretazioni popolari che seguirono, dal pop al jazz — avevano allargato di molto il pubblico che conosceva il Concierto de Aranjuez. Le sue note, nate in ambiente classico, stavano raggiungendo orecchie che altrimenti non avrebbero mai sentito quel concerto.

Così, paradossalmente, quella reinterpretazione che all’inizio gli aveva dato fastidio finì per fare giustizia al suo lavoro: contribuì a far diventare il Concierto de Aranjuez una delle pagine più conosciute e amate della musica del XX secolo — da Andrés Segovia a Paco de Lucía, da orchestre classiche a jazzisti e interpreti pop in tutto il mondo.

Un incontro che continua a parlare

L’Adagio del Concierto de Aranjuez reinterpretato da Miles Davis rimane ancora oggi uno degli esempi più affascinanti di dialogo tra culture musicali diverse.

Un brano nato per chitarra e orchestra che attraversa l’oceano e trova una nuova voce nella tromba di un musicista jazz.

Forse è proprio questo che fanno le grandi musiche: viaggiano, cambiano forma, incontrano nuovi sguardi.

E ogni volta tornano a dirci qualcosa di diverso.

 

Adesso prenditi un momento e…

ascolta.

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