Radici, arte e trasmissione
José Suárez, conosciuto artisticamente come El Torombo, appartiene a quella categoria di artisti che prima ancora di danzare, respirano, ascoltano, condividono e trasmettono il mondo del Flamenco
Bailaor, maestro, pedagogo e uomo profondamente legato alla cultura flamenca di Siviglia, Torombo ha costruito il proprio percorso non soltanto attraverso i palcoscenici, ma soprattutto attraverso un’idea precisa di trasmissione: il flamenco non è una sequenza di passi da imparare, ma una forma di ascolto, una maniera di stare nel ritmo e, prima ancora, nella vita.
La sua storia comincia a Triana, uno dei quartieri simbolo del flamenco sivigliano. Nato nel 1971, Torombo cresce in un ambiente nel quale il flamenco fa parte della quotidianità. Inizia a ballare prestissimo e a soli sette anni intraprende un percorso di formazione che lo porterà a incontrare alcuni dei grandi maestri della tradizione.
Una famiglia lontana dal professionismo, ma vicina al flamenco
La sua è una storia particolarmente interessante anche per le sue origini familiari.
In un’intervista pubblicata da La Nación, Torombo raccontava che i suoi genitori non erano professionisti del flamenco: il padre lavorava nella produzione di tegole e, successivamente, come tassista. Tuttavia, come spesso accade nella cultura flamenca, il rapporto con la musica apparteneva alla vita familiare, alle feste, ai matrimoni, ai battesimi, alle celebrazioni.
Torombo raccontava di aver cantato e ballato già da bambino e di aver iniziato a frequentare i tablaos quando il padre cominciò a lavorare come tassista a Siviglia. Fu proprio lì che il giovane Francisco José Suárez iniziò a respirare concretamente quell’universo che sarebbe diventato la sua vita.
Anche la sorella intraprese un percorso artistico. La musica, dunque, non era necessariamente una professione familiare, ma era certamente una lingua condivisa.
Ed è forse proprio questa dimensione vissuta, quotidiana e non accademica, ad aver contribuito a formare il particolare rapporto di Torombo con il flamenco.
Farruco e la nascita di un nome
Nella sua formazione incontrerà alcuni dei nomi fondamentali del flamenco: Pepe Ríos, Isidro Vargas, Farruco e Mario Maya.
L’incontro con Farruco rappresenta un passaggio fondamentale.
Sarà proprio il grande maestro a dargli il nome con cui diventerà conosciuto: Torombo, termine che alcuni associano all’idea di una tempesta, di un acquazzone improvviso, ma che lo stesso Torombo in qualche intervista smentisce dicendo di non sapere l’esatto significato datogli dal suo maestro.
Sappiamo che per lui, come per altri flamenchi, non è soltanto un soprannome: con il tempo diventerà un’identità artistica.
Torombo porterà nel baile una qualità fisica intensa, istintiva, profondamente legata al ritmo e alla comunicazione con il cante e con gli altri musicisti.
La sua formazione non nasce quindi soltanto dalla tecnica del baile, ma dall’immersione nella cultura del flamenco gitano e sivigliano, nell’esperienza dei tablaos, nelle riunioni, nell’ascolto e nel dialogo continuo con cantaores, guitarristas e palmeros.
Dal baile ai grandi palcoscenici
Nel corso della sua carriera Torombo porterà il proprio baile ben oltre Siviglia.
Ha lavorato e condiviso esperienze artistiche con figure importanti del flamenco, tra cui Juana Amaya, Belén Maya, Farruquito, Manuela Carrasco, Mario Maya, La Susi, Tomatito e Potito, attraversando scenari e contesti in Europa, America e Asia.
Tra le esperienze internazionali viene ricordato anche lo spettacolo “Flamenco al Andalus”, presentato, tra gli altri luoghi, a Buenos Aires.
Ma osservando il percorso di Torombo, appare evidente che la dimensione dello spettacolo rappresenta soltanto una parte della sua identità.
La vera svolta, per comprendere il suo ruolo nel flamenco contemporaneo, è infatti la didattica
La scuola del Pelícano
A Siviglia, nella Plaza del Pelícano, Torombo trova uno spazio che diventerà una parte fondamentale della sua storia.
È qui che nasce e si sviluppa il suo studio di arte flamenca, un luogo particolare, lontano dall’immagine convenzionale della scuola di danza.
Torombo stesso lo ha descritto come una sorta di piccola porta all’interno dei vecchi corrales della piazza: la sua “Puerta Azul”, un luogo che un tempo era legato alla presenza dei cavalli e che lui trasforma in uno spazio di incontro, studio e trasmissione del flamenco.
Il Pelícano diventa così molto più di un indirizzo.
Diventa una comunità artistica.
Nel corso degli anni, il suo studio accoglie studenti provenienti da numerosi Paesi e diventa un punto di riferimento per chi arriva a Siviglia non soltanto per imparare una coreografia, ma per cercare una comprensione più profonda del flamenco.
Ancora oggi la Plaza del Pelícano è riconosciuta come uno degli spazi della città legati alla formazione e alla creazione flamenca.
Il compás prima dei passi
È probabilmente qui che si trova la chiave dell’insegnamento di Torombo.
Per lui, il flamenco non può essere ridotto alla tecnica.
Prima di imparare come muovere il corpo, bisogna imparare ad ascoltare.
Il compás non è semplicemente una struttura matematica. È una relazione.
È ascolto del cante.
È ascolto della chitarra.
È ascolto delle palmas.
È ascolto del proprio corpo.
È capacità di aspettare.
È sapere quando entrare e quando lasciare spazio.
Una testimonianza relativa ai suoi corsi parla proprio di un lavoro sui sensi del ritmo: l’udito, l’aria, il sapore, il tatto e la vista.
Questa impostazione spiega perché l’esperienza di una lezione con Torombo possa essere molto diversa da quella di una normale classe di baile.
Non si tratta semplicemente di imparare una sequenza.
Si tratta di sentire il tempo prima ancora di mostrarlo.
Per questo Torombo è diventato, per molti allievi e appassionati, una sorta di guru del compás: non perché il ritmo venga trasformato in una formula da memorizzare, ma perché viene restituito alla sua dimensione più organica.
Il compás si ascolta, si respira, si vive.
“Non sono il maestro”
C’è un altro aspetto particolarmente significativo nella pedagogia di Torombo.
In una vecchia intervista, raccontava che quando gli allievi arrivavano al suo studio lo chiamavano maestro, ma lui rispondeva di non sentirsi degno di quella parola.
Per Torombo, il vero maestro è colui che ha aperto una strada prima di noi: Farruco, Carmen Amaya e le grandi figure che hanno costruito il cammino del flamenco.
Questa affermazione dice molto della sua concezione della trasmissione.
Il maestro non è colui che possiede il flamenco.§
È colui che lo riceve e lo consegna.
La didattica diventa quindi una responsabilità verso il passato, ma anche verso il futuro.
Dal Pelícano alla dimensione sociale
La pedagogia di Torombo, nel tempo, supera i confini della scuola.
Il suo lavoro assume anche una forte dimensione sociale.
Attraverso il progetto Fuera de Serie, Torombo utilizza il flamenco come strumento di formazione e di crescita per adolescenti e giovani, in particolare in contesti caratterizzati da fragilità sociale.
Il progetto, sviluppato anche nel Polígono Sur di Siviglia, non nasce semplicemente per formare nuovi ballerini. L’obiettivo è utilizzare l’arte come possibilità di trasformazione personale, offrendo ai giovani strumenti, disciplina, appartenenza e una prospettiva diversa.
Il progetto ha coinvolto anche attività nelle scuole, nelle carceri e in contesti sociali particolarmente delicati.
Ed è significativo che Torombo non parli soltanto di formare artisti.
Uno degli obiettivi dichiarati di Fuera de Serie è infatti quello di formare futuri maestri. Perché un artista può emozionare per una sera.
Un maestro, invece, può cambiare una vita.
Il flamenco a “compàz”
Nel mondo di Torombo ritorna continuamente un concetto: il flamenco come relazione.
Non è un caso che, parlando di compás e di grandi artisti, abbia associato la parola “maestro” anche a un’idea di pace e di condivisione.
Il flamenco, nella sua visione, non è competizione.
È ascolto reciproco.
È stare insieme.
È lasciare spazio all’altro.
È sapere che il proprio baile esiste soltanto perché esistono il cante, la guitarra, le palmas e l’energia di chi sta intorno.
In questo senso, la sua filosofia può essere riassunta in una parola che gli è particolarmente cara: “compaz”.
Non semplicemente compás, ma un modo di stare nel ritmo insieme agli altri.
Un artista che continua a trasmettere
Oggi El Torombo rappresenta una figura particolare nel panorama flamenco.
È contemporaneamente bailaor e pedagogo, artista e trasmettitore, uomo di scena e uomo di comunità.
La sua importanza non si misura soltanto nei grandi nomi con cui ha condiviso il palco o nei Paesi che ha attraversato.
Si misura anche nelle persone che hanno studiato con lui, negli artisti che hanno trovato nel suo studio un luogo di crescita, nei giovani che attraverso il flamenco hanno scoperto una possibilità diversa per il proprio futuro.
Impossibile da racchiudere in una biografia tradizionale.
Torombo appartiene a quella generazione di artisti per i quali il flamenco non è separabile dalla vita. E forse è proprio questo il senso più profondo della sua pedagogia:
prima del passo viene l’ascolto.
Prima della tecnica viene il compás.
Prima dell’artista viene la persona.
E prima di trasmettere qualcosa bisogna averlo amato.
Nel cuore di Siviglia, tra i corrales del Pelícano, questa idea continua a vivere.E il ritmo continua a passare da un corpo all’altro.Da un maestro a un allievo.Da una generazione alla successiva.
Compaz!

