Djelem Djelem

DJELEM DJELEM

Il canto che attraversa le strade del popolo Rom

Rubrica ascolto per Flamenco Red

Per la rubrica ascolto di oggi scelgo un brano che ogni volta riesce a colpirmi profondamente per intensità, memoria e significato: “Djelem Djelem”. ( lo trovate anche scritto Gelem Gelem)

Non è soltanto una canzone. È un viaggio emotivo e storico che attraversa il dolore, la dignità e la forza del popolo Rom, trasformando la memoria in musica. Ogni interpretazione porta con sé qualcosa di ancestrale, nomade e profondamente umano.

La prima volta che si ascolta davvero questo canto si percepisce immediatamente qualcosa di antico: una strada polverosa, il viaggio, la perdita, la sopravvivenza, ma anche una dignità ostinata che non smette mai di rialzarsi.

“Djelem Djelem” (“Ho camminato, ho camminato”) è l’inno internazionale del popolo Rom, adottato ufficialmente durante il Primo Congresso Mondiale Rom del 1971 a Londra. Il testo fu composto nel 1949 dal musicista serbo-rom Žarko Jovanović, sopravvissuto al Porajmos, lo sterminio di Rom e Sinti durante il nazismo.

Non è però un inno nazionale nel senso tradizionale del termine. È un canto nomade. Non celebra confini, ma attraversamenti. Non parla di conquista, ma di memoria, dolore e resistenza.

Il significato profondo

Nel testo si incontrano due anime del popolo Rom:

  • il viaggio;
  • la memoria della persecuzione.

Il canto ricorda la “Kali Legija” (“Legione Nera”), riferimento alle SS naziste che parteciparono allo sterminio di migliaia di Rom e Sinti.

Ma “Djelem Djelem” non resta fermo nel lutto.

Diventa un invito a rialzarsi:

“Aven mansa sa lumniake Roma”

“Venite con me, Rom di tutto il mondo.”

È un richiamo all’unità, all’identità culturale, alla dignità di un popolo disperso ma mai cancellato.

E forse è proprio qui che il brano diventa universale.

Perché parla a chiunque abbia conosciuto:

  • esclusione;
  • migrazione;
  • perdita;
  • discriminazione;
  • ricerca di identità;
  • bisogno di libertà.

Il testo

Versione originale

Gelem, gelem lungone dromencar
Maladilem baxtale Romencar
A Romalen kotar tumen aven
E chaxrencar bokhale chhavencar

A Romalen, A chhavalen

Sasa vi man bari familiya
Mudardas la i Kali Lègiya
Saren chhindas vi Romen vi Romnyan
Mashkar lende vi tikne chhavorenca

A Romalen, A chhavalen

Putar Devla te kale udara
Te shay dikhav kay si me manusha
Palem ka gav lungone dromencar
Ta ka phirav baxtale Romencar

A Romalen, A chhavalen

Opre Roma isi vaxt akana
Ayde mancar sa lumaqe Roma
O kalo muy ta e kale yakha
Kamava len sar e kale drakha

A Romalen, A chhavalen


Traduzione italiana

Sono andato, sono andato per lunghe strade,
ho incontrato romà fortunati.
Ehilà, romà? Da dove venite
con le tende e i bambini affamati?

Oh, romà! Oh, fratelli!

Anch’io avevo una grande famiglia,
l’ha sterminata la Legione Nera.
Uomini e donne furono squartati,
e tra di loro anche bambini piccoli.

Oh, romà! Oh, fratelli!

Dio, apri le nere porte
così che possa vedere dov’è la mia gente.
E tornerò a andare per le strade,
e vi andrò con uomini fortunati.

Oh, romà! Oh, fratelli!

In piedi, gitani! E’ ora il momento,
venite con me, romà di tutto il mondo
il volto bruno e gli occhi scuri
mi piacciono tanto, come l’uva nera.

Oh romà! Oh, fratelli!

Oggi vi propongo quattro ascolti di interpretazione di questo brano:

Esperanza Fernández

Quando “Djelem Djelem” incontra la voce flamenca di Esèeranza Fernandez, il risultato è qualcosa di profondamente viscerale.

La versione di Esperanza Fernández porta nel canto la memoria del cante jondo: dolore, terra, sangue, spiritualità.

La sua voce non interpreta soltanto il brano. Lo attraversa.

Nel flamenco esiste da sempre un dialogo sotterraneo con il mondo gitano e andaluso, fatto di marginalità, forza identitaria e trasformazione del dolore in arte.

Esperanza Fernández trasforma “Djelem Djelem” diventare quasi una preghiera.

Esma Redžepova

La regina della musica Rom

La cantante macedone Esma Redžepova, spesso definita “Regina dei Rom”, ha rappresentato una delle voci più importanti della cultura musicale romaní nel mondo.

La sua interpretazione possiede una forza teatrale e umana straordinaria.

In Esma convivono:

  • la festa;
  • il dolore;
  • l’orgoglio;
  • l’energia balcanica;
  • la memoria collettiva.

La sua voce sembra trasformare “Djelem Djelem” in una celebrazione della sopravvivenza.

Nonostante persecuzioni, razzismo e diaspora, il popolo Rom continua a cantare.

E questo canto diventa resistenza.

Parno Graszt

Il viaggio in Ungheria

Ho scoperto i Parno Graszt durante un viaggio in Ungheria ed è stato uno di quegli incontri musicali che ti restano addosso.

Il gruppo proviene dal villaggio di Paszab e il loro nome significa “Cavallo Bianco”, simbolo di libertà nella cultura Rom.

La loro musica è fisica, ritmica, viva.

Battere di mani, danza, violini, voce, terra.

Con loro si comprende che la cultura Rom non è soltanto malinconia o memoria tragica.

È anche:

  • vitalità;
  • festa;
  • comunità;
  • energia collettiva;
  • gioia del movimento.

Ascoltandoli si sente il viaggio, ma anche la capacità di trasformare il viaggio in celebrazione.

“O’ Rom”

Napoli e l’integrazione musicale

Esistono poi progetti che tentano un dialogo contemporaneo tra culture differenti.

Il gruppo napoletano “’O’ Rom” lavora proprio in questa direzione: creare ponti tra musica napoletana e tradizione romaní.

Un’operazione importante perché evita il folklore superficiale e prova invece a generare incontro.

Napoli e il mondo Rom condividono molte cose:

  • oralità;
  • ritmo;
  • marginalità storica;
  • forza comunitaria;
  • musica come sopravvivenza.

In questo senso “Djelem Djelem” non resta soltanto memoria di un popolo.

Diventa possibilità di dialogo.

Oggi “Djelem Djelem” parla a tutto il mondo.

Parla dei popoli perseguitati. Parla delle minoranze. Parla dei migranti. Parla di chi cerca dignità.

Ma soprattutto parla della capacità umana di continuare a cantare anche dopo la perdita.

Ed è forse questo il suo messaggio più profondo: non è una semplice canzone folk, è memoria storica, identità culturale e testimonianza collettiva.

Chi non appartiene al popolo Rom può cantarla se lo fa:

  • con studio e rispetto;
  • con consapevolezza;
  • senza appropriazione superficiale;
  • comprendendone il peso storico.

Anzi, quando viene cantata con autenticità, può diventare un gesto di riconoscimento e vicinanza.

La musica ha sempre attraversato i confini.

E forse proprio il popolo Rom, popolo del viaggio per eccellenza, ci insegna che l’identità non si difende chiudendosi, ma mantenendo viva la memoria mentre si continua a camminare.

 

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