El Mistela: la solera de un bailaor de verdad

Ci sono artisti che sembrano appartenere a un altro tempo. Figure che portano dentro il duende non come ornamento, ma come modo di esistere. Juan Manuel Rodríguez García, conosciuto come El Mistela, è uno di questi. Nato a Los Palacios (Siviglia) nel 1965, è un bailaor che incarna il flamenco più autentico, quello che nasce dal rispetto per la tradizione e dalla conoscenza profonda delle sue radici. “Cabeza, corazón y tacón”, direbbe lui: testa, cuore e tacco.
Tre strumenti con cui ha costruito una carriera lunga, coerente e fiera.

Gli inizi: un destino precoce

Juan inizia a ballare a cinque anni, spinto da una passione che lui stesso definisce “come un suero”, un siero vitale che scorre nelle vene. Mentre altri bambini chiedevano una bicicletta, lui chiedeva un giradischi e dischi di Manolo Caracol o Valderrama. La sua infanzia è un piccolo universo flamenco fatto di cante, chitarra e tablaos immaginari.
Il battesimo artistico arriva nel Festival de la Mistela, dove si presenta con soli sedici anni, già con un nome che gli resterà per sempre. Fu Antonio Montoya Farruco a chiamarlo El Mistela: “Eres como el vino andaluz Mistela — a veces dulce, a veces amargo, pero siempre con sentimiento”. Una definizione perfetta per un artista che unisce forza e malinconia, austerità e profondità.

Dalla scuola di Farruco al teatro di Mario Maya

La sua carriera cresce sotto la guida dei grandi maestri. Dopo nove anni con la leggendaria famiglia Los Farrucos, viene scelto da Mario Maya, conia quale rimarrà per 12 anni come  primo ballerino in El Amor Brujo (1985), e poi in Tiempo, Amor y Muerte (1988), presentato alla Bienal de Sevilla. Con Salvador Távora sarà per vent’anni protagonista di Carmen, uno spettacolo che lo porta nei teatri di mezzo mondo — da Roma a Parigi, da Tokio a Siviglia — e che gli permette di fondere danza e teatro in una sintesi scenica potente e drammatica.

Mistela non è mai stato un artista “comodo”. È un purista, ma non un nostalgico. Rifiuta la superficialità e l’estetica vuota del virtuosismo fine a sé stesso: «Oggi c’è più tecnica, ma meno flamencura», afferma spesso. Per lui il flamenco non è una gara, è una verità. “El que no sabe de dónde viene, no sabe a dónde va”, ripete con convinzione.

Uno stile che racconta un uomo

Chi ha visto Mistela ballare sa che non lascia indifferenti. C’è nella sua danza una sincerità disarmante. Niente gesti gratuiti, niente esibizione muscolare: il suo movimento è essenziale, virile, denso


Si definisce austero, e il suo baile lo riflette. Ogni passo sembra scavare nella terra, ogni silenzio pesa quanto un compás. È un bailaor che non ammette compromessi né falsi orpelli: “No me gusta la elasticidad y lo suave. Eso lo dejo para la mujer.” E in questa distinzione non c’è chiusura, ma il riconoscimento profondo della diversità dei linguaggi, del valore del femminino rappresentato da maestre come Matilde Coral, che per lui resta “la institución de lo femenino”.

L’eredità e la visione del flamenco

Premiato con il Premio Nacional de la Crítica Flamenca e insignito dell’Escudo de Oro della Tertulia “El Pozo de las Penas”, Mistela continua a essere un punto di riferimento per la purezza e la disciplina del baile.

Oggi è direttore artistico del Tablao Torero a Madrid, un locale che considera come una famiglia, un luogo dove l’arte respira senza microfoni, senza piatti di tapas tra il pubblico, solo con il suono vivo del taconeo e del cante. “Nel mio tablao non serviamo cibo, perché nell’opera non servono spaghetti”, dice con ironia e rigore.
Accanto alla programmazione artistica, ha avviato anche i “Martes Culturales”, incontri dedicati alla riflessione sul flamenco con ospiti come Manolo Bohórquez e Faustino Núñez. Per lui, il tablao non è solo spettacolo: è scuola, trasmissione, pensiero.

 

Mistela oggi: memoria e futuro

Oggi, dopo oltre cinquant’anni di baile, Mistela continua a trasmettere la sua arte con lo stesso fervore di un ragazzo che non ha mai smesso di sognare.

È consapevole che i tempi cambiano, ma non rinuncia alla sua coerenza.
Non nega l’innovazione, ma la esige fondata sul sapere: “Si no sabes de compás, no puedes innovar. Hay que empezar la casa por los cimientos.”
Per lui il flamenco è un’eredità viva, ma anche una responsabilità: non un museo, ma nemmeno un circo.

In un’intervista ha dichiarato: “Mi piacerebbe che, come c’è una sezione sportiva al telegiornale, ci fosse una sezione di flamenco. Non vorrei morire senza vederlo.”
Una frase che riassume tutta la sua visione: dignità, arte e verità. Perché per Juan Rodríguez “El Mistela”, il flamenco non è un mestiere. È una forma di vita.

Il mio incontro con El Mistela a Madrid

L’incontro con Juan Manuel Rodríguez “El Mistela” qualche giorno fa a Madrid, nel tablao che oggi dirige — El Torero — è stato semplicemente meraviglioso.

Avevo conosciuto Juan Manuel qualche anno fa in Italia, durante uno stage organizzato da Adriana Grasselli, presidentessa della Peña Andaluza di Rovereto, al quale avevo partecipato. Fu un’esperienza indimenticabile: trovai in lui un maestro energico, pieno di saggezza e temperamento, capace di trasmettere la forza del flamenco con autenticità e profondità. Ritrovarlo ora, a Madrid, in una dimensione così viva e personale, ha avuto per me un sapore speciale — come se il tempo si fosse fermato e il cerchio si fosse chiuso in modo naturale.

L’atmosfera che si respira lì è completamente diversa da quella dei tanti tablaos ormai trasformati in “catene di montaggio per turisti”. Sebbene il livello artistico a Madrid sia altissimo ovunque, al Torero si percepisce un’anima viva, un’aria di complicità e rispetto reciproco che coinvolge tutto lo staff, dall’accoglienza alla sala, fino ai camerieri e ai tecnici.

Appena arrivati, si viene guidati nella sala superiore, dove viene servito un cocktail d’autore in un ambiente curato e rilassato: una piccola coccola che prepara al rito del flamenco. Nessuna fretta di scendere, nessuna pressione. Tutto invita a rallentare, ad assaporare l’attesa. È già parte dello spettacolo.

Poi si scende nella cueva sotterranea, e lì comincia la magia. La sala è raccolta, senza amplificazioni, e proprio questa scelta restituisce al pubblico un’esperienza autentica, intima, dove il suono dei tacchi, delle palmas e del cante arriva diretto, vivo, sincero. Prima che inizi lo spettacolo, la maschera racconta in brevi parole una piccola introduzione al flamenco. Anche se conoscevo bene ciò che diceva, ho immaginato con piacere chi ascolta quelle parole per la prima volta e prova il desiderio di comprendere ciò che sta per vivere.

Gli artisti, tutti di altissimo livello, offrono uno spettacolo vibrante e pieno di complicità. Si percepisce l’intesa tra loro, la libertà controllata di chi conosce il linguaggio del flamenco fino alle viscere.

 

E poi c’è lui, El Mistela o meglio Juan Manuel. Ci ha accolti con un’eleganza naturale, discreta, quasi d’altri tempi. Parlare con lui è stato un privilegio: si avverte subito il suo amore profondo per il flamenco e il desiderio di diffonderlo con rispetto, ma anche con una visione imprenditoriale moderna e intelligente. Mistela è un uomo che conosce il valore dell’accoglienza tanto quanto quello dell’arte: per lui, la qualità non riguarda solo il palcoscenico, ma l’intera esperienza.

La sua attività non si ferma al tablao. Organizza conferenze e incontri culturali di grande valore, che trasformano El Torero in un vero e proprio spazio di flamenco y pensamiento, un luogo dove il pubblico può non solo vedere, ma anche comprendere, riflettere e dialogare.

Juan Manuel “El Mistela” è, in fondo, un uomo di altri tempi nei modi, ma perfettamente consapevole dei tempi che viviamo. Il suo modo di intendere il flamenco — come arte che si gusta lentamente, che si vive con calma e con presenza — arricchisce profondamente la sua proposta e la rende diversa, autentica. In un’epoca dove tutto corre, Mistela ci ricorda la bellezza di fermarsi e ascoltare.

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