Zorongo: da Lorca al Sacromonte, fino al mandolino di Avi Avital
Alcuni brani attraversano epoche, cambiano voce, strumento, ritmo e arrangiamento, ma continuano a raccontare qualcosa di profondamente legato al luogo e alla cultura da cui provengono.
È il caso dello Zorongo gitano, che questa volta incontriamo in una veste sorprendente: quella proposta da Avi Avital, con la voce intensa di Marina Heredia, all’interno dell’album Song of the Birds, pubblicato nel 2025 da Deutsche Grammophon.
Un ascolto che vale la pena fare con le orecchie, ma anche con la memoria.
La traccia è indicata come “Canciones españolas antiguas: No. 10, Zorongo” ed è costruita attorno al mandolino di Avi Avital, alla voce di Marina Heredia, alla chitarra flamenca di José Quevedo “Bolita” e alle percussioni di Paquito González.
Ed è proprio qui che nasce la curiosità.
🎶 Dal canto popolare alla scena contemporanea
Lo Zorongo non nasce come brano appartenente in origine al repertorio flamenco nel senso stretto e codificato che oggi attribuiamo ai palos.
Il termine indica un baile molto diffuso nell’epoca della tonadilla, tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Il nome è legato anche al celebre ritornello «¡Ay, zorongo, zorongo, zorongo!». Nel corso del tempo lo Zorongo entrò anche nel repertorio delle zambras del Sacromonte di Granada, diventando parte di quel patrimonio musicale e performativo che intreccia canto, danza e tradizione gitana.
E qui arriviamo a Granada.
Il Sacromonte, con le sue grotte, le sue zambras e la sua storia gitana, è uno dei luoghi simbolici attraverso cui questa musica è arrivata fino a noi. Lo Zorongo vive dunque in quella zona di confine particolarmente affascinante in cui folklore, canción, danza e flamenco si incontrano e si trasformano reciprocamente.
Federico García Lorca
A rendere ancora più importante lo Zorongo è la figura di Federico García Lorca.
Il poeta granadino raccolse, trascrisse e armonizzò numerosi canti della tradizione popolare spagnola. Tra questi c’era proprio lo Zorongo, inserito nella sua celebre raccolta delle Canciones populares antiguas.
Nel 1931 Lorca e La Argentinita, Encarnación López Júlvez, registrarono una serie di dischi a 78 giri dedicati a queste canzoni. Lorca accompagnava al pianoforte, mentre La Argentinita cantava e interpretava i brani. Tra i dieci titoli registrati compariva proprio Zorongo gitano.
Quella registrazione è diventata una sorta di punto di riferimento storico: non soltanto per il valore musicale, ma perché testimonia il lavoro di Lorca nel raccogliere e preservare un patrimonio musicale trasmesso soprattutto per tradizione orale.
Ascoltare oggi lo Zorongo significa quindi, in qualche modo, ascoltare anche un frammento di quella Granada che Lorca aveva così profondamente dentro di sé.
Uno Zorongo, tanti Zorongos
Ed è forse questo l’aspetto più interessante per chi ascolta con un orecchio flamenco.
Lo Zorongo non è rimasto cristallizzato in una sola forma.
Nel corso del tempo ne sono nate numerosissime interpretazioni, nelle quali cambiano il carattere, l’arrangiamento, la strumentazione e anche la percezione ritmica.
Lo stesso materiale musicale può essere affrontato con una sensibilità più vicina alla canción, alla danza, alla musica colta oppure al flamenco.
E la questione del compás diventa particolarmente interessante: troviamo interpretazioni che giocano con differenti organizzazioni metriche, dal 6/8 al 3/4, fino ad approcci in tempo binario.
Non è soltanto una questione matematica di suddivisione del tempo.
Cambiare metro significa cambiare il modo di camminare della musica.
Un accento spostato, una frase anticipata o ritardata, un diverso rapporto tra canto e accompagnamento possono trasformare completamente la percezione di uno stesso canto.
È proprio questa elasticità che ci permette di capire come un materiale tradizionale possa continuare a vivere.
La sorpresa di Avi Avital
Ed eccoci finalmente alla versione che ha dato origine al nostro ascolto.
In Song of the Birds, Avi Avital porta lo Zorongo dentro il proprio universo musicale: il mandolino prende il posto centrale nell’accompagnamento melodico, mentre la voce di Marina Heredia mantiene tutta la profondità e il colore della tradizione andalusa. Con loro troviamo la chitarra flamenca di José Quevedo “Bolita” e le percussioni di Paquito González.
È una scelta particolarmente interessante.
La mandolina non appartiene alla strumentazione storica del flamenco tradizionale: il suo ruolo nel flamenco è infatti marginale rispetto alla centralità della chitarra. Ma proprio per questo il suo incontro con la musica andalusa diventa uno spazio di contaminazione e ricerca.
Il risultato non vuole ricostruire filologicamente lo Zorongo di Lorca.
Lo prende, invece, e lo riattraversa.
La melodia rimane riconoscibile, ma cambia il paesaggio sonoro: la mandolina porta luminosità, precisione e una particolare qualità timbrica; la voce di Marina Heredia riporta immediatamente l’ascolto verso l’Andalusia e verso quella tradizione canora che costituisce il cuore del brano.
È una lettura contemporanea di una memoria antica.
Dall’archivio alla contaminazione
Ed è forse proprio questa la ragione per cui vale la pena ascoltare oggi lo Zorongo.
Non per stabilire quale sia la versione “giusta”.
Ma per seguire il viaggio di una melodia:
dalla tradizione popolare alla tonadilla,
dal Sacromonte alle zambras,
da Granada a Lorca,
da Lorca a La Argentinita,
e da lì attraverso infinite interpretazioni fino ad arrivare, oggi, alla mandolina di Avi Avital e alla voce di Marina Heredia.
Un canto che cambia forma senza perdere la propria identità.
E forse è proprio questo che rende la tradizione veramente viva
Ascoltatelo pensando a Granada.
Pensando al Sacromonte.
Pensando a Lorca.
E provate poi ad ascoltare altre versioni dello stesso Zorongo. (Paco De Lucia , Carmen Linares etc)
Scoprirete che, dietro una melodia apparentemente semplice, c’è un mondo intero di ritmo, memoria, danza e trasformazione.

